FUORINORMA 2018

FUORINORMA 2018 2018-10-29T20:30:00-00:00

la via neosperimentale del cinema italiano

a cura di Adriano Aprà

lunedì 29 ottobre, ore 20

The First Shot

Il primo sparo
2017
Regia, soggetto, sceneggiatura, fotografia (hd, colore, 16:9), suono, montaggio: Yan Cheng, Federico Francioni; interpreti: Peng Haitao, Liu Yixing, You Yiyi; sound design: Bernard Bursill-Hall, Giandomenico Pennino, Yan Cheng, Federico Francioni, Matteo Lugara; musiche originali: Michele Rabbia; produzione: Cinevoyage, Centro Sperimentale di Cinematografia; prima proiezione pubblica: Mostra di Pesaro (Concorso), 23 giugno 2017; durata: 76′; in inglese e in cinese mandarino con sottotitoli in italiano

Tre esistenze distanti e differenti colte nella stessa tensione: la ricerca della propria identità e del senso dello stare in un presente in continua trasformazione. Ognuno di loro nato dopo il 1989, la fine di tutte le rivoluzioni. Haitao vive nel Black Bridge Village, una periferia di Pechino dove i migranti si mescolano agli studenti, e lotta contro la censura e contro il proprio vuoto interiore, restando connesso col mondo attraverso il sottile filo della rete. Yixing osserva la città in continuo cambiamento, oltre un vetro, dal suo appartamento al trentesimo piano, dove proietta i frammenti della propria realtà. Yiyi vive lontana dal suo paese natale, a Londra, in una metropoli globale dove forse costruirà il suo futuro. Tornando nel piccolo villaggio dei suoi nonni, al centro della Cina, trova un luogo a cui non appartiene più.

Alle loro spalle si intravede una storia contraddittoria, di sofferenze e continue trasformazioni, dalla caduta dell’Impero all’era moderna, che ha inizio col primo sparo rivoluzionario, il 10 ottobre 1911.

Note di regia

Il 10 ottobre 1911 il primo sparo delle rivolte contadine avvia una fase rivoluzionaria che porterà alla caduta dell’Impero cinese e proseguirà con le turbolenze del Novecento. Idealmente, dopo il sangue di Tienanmen, il 4 giugno 1989, finisce un’epoca. Immediatamente dopo, negli anni Novanta, sono nati i protagonisti del nostro film, alla fine di ogni rivoluzione.

L’angoscia è un sentimento sottile che può condurre a una presa di coscienza o indicare qualcosa di nascosto, di rimosso. Siamo partiti da qui per incontrare i nostri tre protagonisti e per tentare di afferrare una traccia della loro esistenza nella Cina contemporanea.

Questi ragazzi sono nostri amici, nostri coetanei. Il processo del film si è svolto insieme a loro, condividendo il tempo e riflettendo sui problemi della loro esistenza, del quotidiano. Haitao perso nella sua lotta piena di dubbi contro la censura, Yixing alla ricerca dei frammenti della sua città, Yiyi nel confronto col passato della sua famiglia. Il tessuto del film è nato dall’osservazione del loro ambiente, cercando di raccogliere le situazioni nel loro “farsi”. Lo sguardo era rivolto ai dettagli, agli accadimenti banali, ai vuoti che circondano le loro vite: un attraversamento progressivo che ci ha permesso di creare anche momenti di sospensione, in cui il nostro sguardo si poteva muovere più liberamente attraverso i segni del presente, nel contesto che li circondava: le immagini della rivoluzione del 1911, il temporale improvviso di Tienanmen, la distruzione dei palazzi nella periferia di Pechino o il traghetto affondato nello Yangtze, il fiume azzurro.

Per fare questo ci siamo serviti a volte di un mezzo come l’iPhone, che permette di cogliere le emergenze della realtà come un frammento che si presenta al nostro sguardo in modo immediato, spontaneo. A volte ci siamo trovati con delle immagini molto belle, che mancavano di profondità, come se ci fosse una piattezza costitutiva. È uno schermo molto sottile, attraverso cui oggi passa, e vive, gran parte del mondo sociale, specialmente per la generazione nata dopo gli anni Novanta.

In fase di ripresa abbiamo elaborato una forma “documentaria” che ci permettesse di essere molto vicini ai nostri soggetti, prossimi, nella ricerca di un’intimità, e di quello spaesamento esistenziale di cui abbiamo provato a captare il riverbero. In montaggio, invece, abbiamo lavorato sulla distanza e sulle possibilità espressive del linguaggio cinematografico, per seguire uno sviluppo di un senso, cercando però di restare sempre fedeli all’autenticità dell’incontro con i nostri soggetti.

Per quanto riguarda il suono abbiamo stratificato quanto più possibile i diversi campi, anche in fase di ripresa – come un secondo sguardo –, per poi ridurre al minimo gli elementi e far emergere soltanto il necessario in ogni situazione. Spesso, si è rivelato essere il silenzio.

L’intenzione era di creare un racconto che non cercasse necessariamente uno sviluppo né una conclusione canonica: ogni immagine ci avvicina al senso, e se ne allontana. Il film è la ricerca di questa trasformazione perpetua fino all’ultima immagine: una pozzanghera in cui si riflette il mondo capovolto, dopo la tempesta su Tienanmen, dove i suoni si confondono.

Biografie

Yan Cheng (Wuhan, Cina, 1991) vive e lavora a Pechino. Ha studiato storia e antropologia negli Stati Uniti e proseguito la sua formazione al Centro Sperimentale di Cinematografia. Autore di diversi cortometraggi in Cina, Stati Uniti ed Europa, ha sviluppato la sua ricerca nel cinema, nella fotografia e nell’arte contemporanea.

Negli ultimi anni si è occupato di documentario insieme col collega e amico Federico Francioni. I due iniziano la loro collaborazione con Tomba del Tuffatore (2016), presentato nella sezione Satellite della Mostra di Pesaro, e in seguito in altri festival italiani e francesi, fino alla menzione speciale Art Doc al Festival di Bellaria; e lavorano insieme al loro primo lungometraggio documentario The First Shot, realizzato in Cina, e vincitore come miglior film nel concorso internazionale della 53a Mostra di Pesaro.

Dopo un anno trascorso ad Atene, attualmente vive a Pechino e lavora come freelance nel campo del documentario.

Federico Francioni (Campobasso, 1988) vive e lavora tra Roma e Parigi. Si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia, dopo una laurea in Storia del Cinema conseguita con una tesi su Otar Ioseliani all’Università di Roma3. Tra il 2010 e il 2013 frequenta i corsi di sceneggiatura e regia “Tracce”, con lezioni di Nicola Giuliano, Paolo Sorrentino, Heidrun Schleef, Andrea Molaioli, Daniele Luchetti.

Negli ultimi anni si è occupato di documentario e cinema del reale insieme col collega e amico Yan Cheng. Nella primavera 2017 frequenta gli Atéliers Varan a Parigi e avvia un nuovo lavoro documentario in Francia. Per la casa editrice ArtDigiLand ha curato nel 2018 Il mondo vivente. Conversazione con Eugène Green.

Filmografia

Tomba del Tuffatore (2016, 30′); The First Shot (2016-17, 76′).


lunedi 29 ottobre, ore 21.30

Mancanza-Purgatorio

2016
Regia, soggetto, fotografia (hd, Super8, b&n e colore per l’inquadratura finale, 16:9), art director, body painting e acquerello: Stefano Odoardi; interpreti: Angélique Cavallari (l’Angelo) e 17 abitanti del quartiere Sant’Elia di Cagliari (gli Abitanti della Terra); voce narrante: Sebastiano Filocamo; suono in presa diretta abitanti della terra: Giovanni Corona; sound design: Kamila Wójcik; musiche originali: Andrea Manzoli (violoncello: Fernando Caida Greco); missaggio: Jan Willem van den Brink; montaggio: Gianluca Stuard; direttrice di produzione: Tiziana Forte; prodotto da: Stefano Odoardi e Gianluca Stuard; produttore associato: Jan Willem van den Brink; produzione: O film, Strike fp, con il sostegno di Fondazione Sardegna Film Commission, Comune di Cagliari, Regione Autonoma della Sardegna; prima proiezione pubblica: cinema Odissea, Cagliari, 25 ottobre 2016; durata: 84’

Mancanza-Purgatorio è il secondo film della trilogia Mancanza. È un film non scritto.

In un ipotetico Purgatorio contemporaneo un Angelo naviga su un cargo che trasporta container in un viaggio verso l’ignoto mentre un gruppo di esseri umani si trova in un non luogo in attesa della possibile salvezza. È un film sull’Errare inteso nel suo doppio significato di Sbagliare e Vagare.

Note di regia

Volevo collocarmi come regista in un contesto indefinito, privandomi di punti di riferimento. Ho deciso quindi di muovermi solamente sulla base dell’intuizione e ricorrendo a tutte le limitazioni del dubbio per poter creare un’opera di cinema di linguaggio. (Stefano Odoardi)

Per questo capitolo il regista ha dipinto degli acquerelli astratti che sono diventati l’effettiva scrittura per immagini del film. Gli acquerelli sono stati utilizzati durante le riprese e poi anche nella fase di montaggio curata da Gianluca Stuard e per la scrittura delle musiche composte da Andrea Manzoli. Sono stati esposti a Cagliari in occasione della mostra “Il Di/Segno del Cinema Italiano”, curata da Giona A. Nazzaro e nel 2017 in una recente mostra personale a Milano.

Biografia

Stefano Odoardi (Pescara, 1967), regista e artista visivo, vive e lavora tra l’Italia e l’Olanda. Ha realizzato diversi cortometraggi e lungometraggi premiati in vari festival internazionali. Nel 2007 realizza il suo primo lungometraggio, Una ballata bianca, presentato nella selezione ufficiale del 36° Rotterdam International Film Festival e distribuito in Olanda e in Italia. Ha diretto nel 2010 il mediometraggio Tunnel Vision, prodotto dalla Tv olandese VPRO. Nello stesso anno riceve dal Jenjou International Film Festival (Sud Corea) il premio come migliore work in progress per il suo film Mancanza-Studio. Nel 2014 gira a L’Aquila Mancanza-Inferno presentato nella selezione ufficiale del 42° Rotterdam International Film Festival e alla Biennale di Venezia 2014, settore Musica. Nel 2014 gira a Parigi il film breve La pluie. Nel 2016 gira a Cagliari  Mancanza-Purgatorio, seconda parte della trilogia, e che sarà distribuito in sala nella primavera 2018. Il suo nuovo film Dark Matter, prodotto dalla neonata Superotto Film Production Srl, fondata da Gianluca Stuard e Stefano Odoardi nel 2017, è attualmente in fase di pre-produzione. È in preparazione la terza parte della trilogia, Mancanza-Paradiso. Sul suo cinema sono state organizzate varie retrospettive in Italia e all’estero. La critica nazionale e internazionale si è spesso occupata del suo cinema.

Filmografia

Cortometraggi

Nel nostro primo mondo (1998, 8’); Ad occhi chiusi (1999, 9’); La terra che non è (2000, 18’); Storia di b. (2002, 24’); La Terra nel cielo (2003, 14’); Esilio della bellezza (2005, 9’); Utopia concreta della Terra (2005, 18’); La pluie (2014, 11’); La nuit (in pre-produzione)

Mediometraggi

Tunnel Vision (2010, 50’); Mancanza-Studio (2011, 57’)

Lungometraggi

Una ballata bianca (2007, 78’); Mancanza-Inferno (2014, 73’); Mancanza-Purgatorio (2016, 84’);  Dark Matter (in pre-produzione), Mancanza-Paradiso (in pre-produzione).


lunedì 26 novembre, ore 20

Storie del dormiveglia

2018

Regia: Luca Magi; sceneggiatura: Luca Magi, Michele Manzolini; testimonianze: David Stavros Onassis, Paul Harriber, Leonardo Santucci, Alexandru Ionel Lungu, Fabio Fugazzaro, Umberto, Gennarino, Gennaro, Ktheri Kamarizamen, Assunta Jessica Romito, Pasquale Raguseo, Andreij, Marian, Emil, Blessing Omobude, Roxana Renate Rovila, Alexandru Rovila; fotografia (hd, colore, 16:9): Luca Magi, Andrea Vaccari; musica e sound design: Simonluca Laitempergher; montaggio: Jaime Palomo Cousido; produzione: Kiné; in associazione con: Piazza Grande; in collaborazione con: Vezfilm, Antoniano Bologna; con il contributo di: Emilia Romagna Film Commission; prima proiezione pubblica: Visions du Réel, Nyon, Svizzera, 16 aprile 2018; durata: 67’

 

Il Rostom è una struttura di accoglienza notturna per senzatetto, situata nell’estrema periferia di una grande città. Appare come una base lunare fantasma in mezzo alla campagna, in cui fasci di luce al neon disegnano i profili degli insonni, che nel cuore della notte si alzano ed escono a fumare o per scambiare due chiacchiere. Figure che nella semioscurità si avvicendano e si raccontano, uomini e donne con disagi psichici, problemi di salute, di dipendenza, ex carcerati, che per un periodo della loro vita, come meteore, arrivano per poi scomparire di nuovo nel nulla. Alcuni di loro stanziali, altri solo di passaggio. A tessere le fila dei loro racconti è David, un inglese che da sette anni vaga per il mondo ed è approdato al Rostom esausto e desideroso di rimettersi in piedi e raccontarsi. Con un registratore a cassette tiene un diario della sua vita sui propri sogni, sull’aldilà e sugli incontri con gli altri ospiti del dormitorio. Le notti sono cadenzate da attese, silenzi, centinaia di sigarette e accompagnate da sfoghi, lacrime, risate, discussioni surreali, racconti di incubi e speranze.

Note di regia

Da anni alterno la mia attività di regista a quella di operatore sociale e da quattro lavoro al Rostom di Bologna. Ho avuto modo di conoscere e condividere aspetti intimi della vita di centinaia di persone ospitate nel centro. L’impatto con questa realtà è stato violento: i suoi ospiti sono perlopiù persone emarginate, disadattate e sole. Sono sempre rimasto molto colpito da come dietro questa fragilità di uomini e donne, dietro la loro solitudine si nascondesse una grandezza: un senso di rivolta, qualcosa di inutile e spesso distruttivo, ma al contempo capace, se visto da vicino come nel mio caso, di trasmettere l’essenza delle cose, di attraversare gli altri con qualcosa di pulsante, vitale e capace di emozionare. Questo impulso ha generato la mia voglia di raccontare ciò che ho vissuto e vivo tuttora, per rendere partecipe lo spettatore di un’esperienza diretta che lo trascini nella vita e nelle emozioni di queste persone.

Non sono interessato a raccontare la storia dei personaggi attraverso una costruzione drammaturgica classica. Non mi metterò in scena in prima persona, se non come confessore silenzioso. A introdurci nel dormitorio e a essere il filo conduttore di tutte le storie sarà la voce narrante di David, grazie all’intimo diario vocale che tiene da anni.

Ho in mente un film corale dalla struttura aperta, in cui le vicende dei protagonisti saranno orchestrate come strumenti musicali con un flusso emotivo di accadimenti spesso minimi, tra solitudine, allegria, dramma e tenerezza. La sfida sarà raccontare l’evoluzione interiore dei protagonisti, accompagnare lo spettatore nella loro progressione emotiva: qualcosa che somigli a un riscatto degli ultimi, un’invocazione al cielo e alla natura in favore degli emarginati e degli invisibili.

Per tradurre la drammaticità e il surrealismo delle situazioni che si andranno via via presentando, la mia ricerca visiva cercherà di valorizzare la plasticità delle figure dei protagonisti, i quali ogni notte emergono dalla semioscurità in cui è avvolto il dormitorio, appena illuminati dalle luci al neon. Un tentativo di fissarli in uno sguardo di luci e ombre caravaggesco, che valorizzi il loro universo emotivo. La costruzione delle inquadrature e la resa fotografica dovrà partire dal presupposto di massima valorizzazione umana dei protagonisti del racconto, mantenendo parallelamente un alto livello di astrazione.

Vorrei trattare i momenti diurni e della memoria come se fossero espressione dell’incosciente, e quindi del sogno: il prolungamento onirico delle confessioni notturne. Questa alternanza di giorno e notte, luce e ombra, sogno e realtà sarà la cifra del racconto.

Il dormitorio si presenta visivamente simile a una base lunare e alle scenografie di molti film di fantascienza. L’idea di collocare i corpi e i volti dei suoi ospiti in un immaginario metafisico permetterà di valorizzare il mondo interiore di queste stesse persone in rapporto allo spazio fisico e, in senso più ampio, all’universo. Il richiamo alla fantascienza permetterà di sondare i concetti di “oltre” e di “aldilà” nelle accezioni di alterità (comunicazione con gli altri e solitudine) e soprattutto di rapporto con la fede (sia essa confessionale o laica). Una fede vissuta come una sorta di abbandono totale al flusso dell’esistente e, contemporaneamente, un riscatto dalla dimensione terrena in nome di una ricerca di ascesi e di purezza.

Biografia

Luca Magi (Urbino, 1976) vive e lavora a Bologna. È diplomato in Progettazione multimediale all’Accademia di Belle Arti di Urbino. In qualità di disegnatore, animatore e illustratore ha collaborato con importanti case editrici italiane. Il suo percorso artistico si è sviluppato in particolare nel campo della videoarte. I suoi lavori sono apparsi in diversi festival e manifestazioni artistiche nazionali, come il Torino Film Festival, il Flash Art Museum di Trevi e la collettiva After Urban di New York. Anita (2012) è il suo primo film. Storie del dormiveglia, il suo ultimo lavoro, nasce dalla sua esperienza come operatore in una struttura di accoglienza per senza tetto.

Filmografia

Sovrappensiero (2003, 1′); lool (2004, 3′); Passi a tempo (2005, 45′); Il buco (2005, 6′); Urbino paesaggio umano (2007, 10′); Almeisan (2007, 6′); Anita (2012, 55’); Storie del dormiveglia (2017-2018, 67’).


lunedì 26 novembre, ore 21.15

I ricordi del fiume

2015

Regia, soggetto e sceneggiatura: Gianluca e Massimiliano De Serio; fotografia (hd, colore, 16:9): Gianluca e Massimiliano De Serio, Andrea Grasselli; suono: Tommaso Bosso, Giovanni Corona; sound design: Giorgio Ferrero, Mirko Guerra; montaggio: Stefano Cravero; produzione: La Sarraz Pictures; prima proiezione pubblica: Mostra di Venezia (Selezione ufficiale, fuori concorso), 10 settembre 2015; durata: 96′

Il Platz, una delle baraccopoli più grandi d’Europa, sorge lungo gli argini del fiume Stura a Torino da tanti anni. Un progetto di smantellamento si abbatte sulla comunità di più di 1000 persone che lo abita. In una labirintica immersione, I ricordi del fiume ritrae gli ultimi mesi di esistenza del Platz, tra lacerazioni, drammi, speranze, vita.

Note di regia

Con gli anni abbiamo visto il Platz crescere, a poche centinaia di metri da casa nostra, dietro la fitta boscaglia che lo separava dalla strada, dalla città. Stretta tra il fiume Stura, la baraccopoli si stende per circa due km nascosta da collinette di rifiuti, arbusti e piante. Questa porzione di città invisibile è il nucleo del racconto. Per noi, entrare dentro, conoscere le persone che lo abitavano, voleva dire filmarle. E viceversa: filmare era come conoscerle. Nel percorso di conoscenza e di riprese abbiamo compreso che non si trattava tanto di documentarne la cronaca, quanto di raccoglierne i ricordi e salvarne le impressioni come in un impossibile atto di resistenza. A mano a mano che diventava anche il nostro luogo, e che al contempo si svuotava, si distruggeva e moriva, abbiamo trovato persone in una continua lotta per la sopravvivenza. Nel corso di un anno e mezzo di riprese sono molte le persone che sono morte e tanti i neonati venuti alla luce: il ciclo della vita, nel passare delle stagioni, era per noi raccolto, racchiuso in quell’intrico di baracche.

C’è stato uno scambio: fare questo film, per noi voleva dire trattenere i ricordi, dare un’opportunità in più alla vita di essere ricordata. Voleva dire presentare un luogo vittima di pregiudizi, un luogo simbolico e cruciale delle nostre periferie, ora destinato a dissolversi nel nulla. Il cinema documentario, grazie alla costanza, alla presenza, alla vita, alla compassione, può davvero riscattare l’immagine degli ultimi. Anche solo per il fatto che ha l’ambizione, quando riesce a restituirne la dignità, di raccontarne la vita con sguardo libero e vicino.

Con il passare delle stagioni, ai nostri occhi il Platz si faceva sempre più metafora dell’esistenza stessa, della sua caducità e della sua bellezza. La raccolta di questa specie di found footage di vite è un insieme di specchi frammentati e sospesi che lottano insieme per ricostruire questa comunità invisibile. Il film è costruito come un accumulo di “ricordi”. Nel labirinto dalle strane e sghembe asimmetrie, nelle drammatiche fughe prospettiche create per caso dalle costruzioni fai-da-te, si affacciano e si aprono mondi, volti, storie potenzialmente infinite. I ricordi del fiume è anche un ritratto che gli stessi abitanti faranno di sé, un autoritratto catartico che ha il loro volto e il loro sguardo. Il film ha una struttura “rizomica”: una rete intrecciata di vie, in cui ogni punto è connesso ad altri, dove si possono costantemente creare nuove linee di fuga, nuovi punti di tangenza d’identità e di storie. Il film scorre attraverso i volti, sdentati e segnati da rughe, sporchi e bellissimi, alle nature morte che prendono forma proprio fuori (dal) campo, tra le macerie e i rifiuti, nell’ordine sghembo ma affettuoso delle case. Da questa sorta di horror vacui che ci ha accolto fin dal primo sopraluogo, si arriva alla “vacuità”, al vuoto della baraccopoli rasa al suolo.

L’immersione nella vita del campo, delle sue famiglie, dei suoi oggetti e dettagli non può che registrare la violenza della sua sparizione. Ma lo sguardo dei protagonisti su loro stessi e sul Platz ci sorprende con un atteggiamento ludico e ironico: il Platz è una palla che si illumina di colori a intermittenza, nel buio; è una piccola morale impartita da un bambino a un adulto uscito da poco dalla prigione; è una fiaba raccontata da una trasmissione radio, ascoltata da un vecchio che fa le valigie nel momento in cui le ruspe stanno distruggendo tutte le baracche; è una canzoncina della buonanotte cantata da una giovanissima madre al suo bambino.

 Biografie

Gianluca e Massimiliano De Serio (Torino, 1978, dove vivono e lavorano) dal 1999 hanno prodotto vari film che hanno partecipato ai più importanti festival di cinema nazionali e internazionali, aggiudicandosi numerosi premi, tra cui il Nastro d’argento per il miglior cortometraggio nel 2004 a Maria Jesus, nel 2005 a Mio fratello Yang e nel 2007 il premio speciale della giuria al Torino Film Festival con L’esame di Xhodi. Il documentario Bakroman ha vinto il concorso dei documentari italiani al Festival di Torino del 2010.

Hanno esordito nel lungometraggio per il cinema con Sette opere di misericordia nel 2011, presentato in anteprima nel concorso internazionale del Festival di Locarno; l’ultimo lavoro per il cinema, il documentario I ricordi del fiume, è stato presentato in anteprima nella selezione ufficiale della 72a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e ha vinto il premio Doc/it per la migliore fotografia di un documentario 2017.

Dal 2015 sono anche registi teatrali, con i lavori Dissolvenze per il Festival Teatro a Corte e Stanze/Qolalka. Studio (2016) e Stanze/Qolalka (2017) per il Festival Internazionale delle Colline Torinesi. Dal 2005 partecipano anche a diverse mostre personali e collettive, con film e videoinstallazioni. Nel 2017 il loro film-installazione Stanze viene esposto al Quirinale nella mostra Da io a noi (Nessuno è mai solo).  Hanno insegnato Regia cinematografica per due anni (2015-2017) presso il dipartimento di Studi umanistici, dams, dell’Università degli Studi di Torino, Videoscultura presso la naba di Milano, e Narrazione del reale per Il Politecnico di Torino e la Scuola Holden. Hanno fondato nel 2012 Il Piccolo Cinema, Società di mutuo soccorso cinematografico.

Filmografia

Poche cose (2001, 15’); Il giorno del santo (2002, 17′); Maria Jesus (2003, 12′); Mio fratello Yang (2004, 15′); Zakaria (2005, 15′); Lezioni di arabo (2005, 14′); Dialoghi del Lys (2005, 44′); Tanatologia, 14 maggio 1958 (2006, 11′); Raige e Shade (2006, 45′); Rew e Shade (2006, 35′); Ensi e Shade (2006, 58′); Neverending Maria Jesus (2006, 18′); L’Esame di Xhodi (2007, 62′); Gru, variazione per coro di 6 gru e altoparlanti (2007, loop); Come l’acciaio (2008, 30′); Sestetto (2008, 6′); Leo (2009, 6′); Stanze (2010, 60′); Oriente (2010, 6′); Bakroman (2010, installazione: Ritratti, 4×15’, Dialoghi, 75′, Riunioni, 2×40’); Bakroman (2010, 75′); No Fire Zone (2010, installazione); Sette opere di misericordia (2011, 100′); Looking for Luminita (2012, due film da 80’ ciascuno); Un ritorno (2013, 30′); I ricordi del fiume (2015, 96’), Rovine (2016, loop).


lunedì 10 dicembre, ore 20

Shadowgram

Grammo/Grafia d’ombra

2017

Regia, fotografia (Full hd, colore e b&n, 16:9 e 4:3 per il repertorio): Augusto Contento; sceneggiatura: Kênya Zanatta, Augusto Contento; interventi: Darrell Cannon, Margaret Caples, George Manning, Cristelle Bowing, Jitu Brown, Carl Bell, Frank Deboise, Timuel Black, Aysha Butler, James Deal; suono: Alessandro Cellai, Paolo Segat; musica: Spring Hell Jack, Shabazz Palaces, Rex, Andy Stott, Mountains, DJ Spooky, Clipping, Plastikman, Ekkehard Ehlers, Kill The Vultures, Chicago Underground, Madlib, Glissandro 70, Demdike Stare, James Chance & The Contorsions, Jel, Rob Mazurek; produzione: Cineparallax (Giancarlo Grande); prima proiezione pubblica: festival Visioni dal Mondo, Milano, 7 ottobre 2017; durata: 94′, in inglese con sottotitoli in italiano

Questo film racconta i desideri, i sogni e le battaglie quotidiane dei cittadini afroamericani del South Side di Chicago. Sentiamo la loro voce direttamente, senza passare attraverso il filtro della voce delle istituzioni. Il cuore dell’America nera ha così tanto da dirti, ma che ne sappiamo davvero di questa immensa comunità se non da finti reportage su violenza, sport, musica? Gli attuali cambiamenti sociali in Italia e in tutto il mondo, l’Europa che dimostra che la questione dell’integrazione sociale e della parità di diritti sta diventando una chiave di comprensione della nostra società, gli sbarchi di esseri umani dal sud del mondo.

Shadowgram è uno strumento perfetto per analizzare la nostra contemporaneità.

Note di regia

Il southside di Chicago è una città fantasma, da me ribattezzata Ghostwood. Camminando lungo le strade dei suoi principali quartieri, Bronzeville, Woodlawn, Englewood, scoprii per la prima volta di essere un «bianco». Un colore puro e semplice, privo di individualità. Bianco inteso in quanto minaccia. Indesiderato paternalismo.  Ero di un’altra specie. Provenivo da un altro pianeta. Vivevo in un universo parallello. Lo spazio fisico, urbano, di Ghostwood si riduce a pochi angoli, i corner dei liquor, a pochissimi metri quadri di desolazione ed abbandono. Le strade sono sempre vuote, nessuno circola a piedi e non s’incontrano quasi mai americani bianchi. I pochi passanti sono spesso venditori di fumo e derelitti incapucciati, identici a viandanti medievali. 

La Chicago cosmopolita, dall’architettura futurista, i diner raffinati, la gastronomia moderna, è lontana anni luce e neanche un’astronave riuscirebbe a raggiungerla. Non si tratta solo di una distanza geografica, bensì economica, culturale, e specchio di una politica pubblica assente e di una scarsa mobilitazione civile. Un paradosso se si pensa che Chi-town, oltre ad essere la città di Obama, è sempre stata governata dal partito democratico, caso praticamente unico negli Stati Uniti. Tuttavia le ragioni di una divisione così profonda e ancora oggi apparentemente incolmabile, derivano dalla fine dell’American Civil War e da una vittoria mal gestita da parte degli unionisti. Tre ondate migratorie  di afro-americani abbandonarono il sud degli USA, per fuggire dalle leggi razziali, le Jim Crow, con l’illusione di trovare nella Windy City la tanto agognata libertà. Purtroppo l’abolizionismo lincolniano si rivelò un bluff da imbonitori, concepito soltanto per creare manodopera a basso-costo, priva di diritti, e in grado di soddisfare i bisogni dell’economia industriale, che cresceva e devastava a ritmi vertiginosi.

Biografia

Augusto Contento (Lanciano, Chieti, 1973) vive e lavora a Parigi dal 2000, dove ha creato col produttore Giancarlo Grande la società di produzione indipendente Cineparallax nel 2004. Il suo primo documentario, Ônibus, ha vinto la Vela d’Oro al Bellaria Film Festival, miglior regia e miglior film al Sulmona Film Festival ed è stato premiato come miglior documentario all’Ischia International Film Location Festival. Tramas vince il premio Région Île de France pour la Production Argentique, viene presentato a Locarno, al bafici di Buenos Aires e a Denver, come anche il successivo Strade trasparenti, che viene mostrato inoltre al Leeds and York Contemporary Music Festival. Parallax Sounds vince la Menzione speciale della giuria ucca al 30° Torino Film Festival. Rosso cenere è stato presentato ai festival di Locarno, IndiLisboa, Jeonju, Yamagata e alla Viennale. Shadowgram, censurato presso l’Alto Commissariato dei Diritti dell’Uomo di Ginevra dall’amministrazione Trump, esordisce al Festival du Nouveau Cinéma di Montréal e vince il premio per il Miglior Documentario al Festival Visioni Dal Mondo di Milano e il premio rai Cinema allo stesso festival. L’Arlington Film Festival di Boston lo seleziona e l’unesco gli attribuisce l’Alto Patrocinio-La Via degli Schiavi per il suo impegno politico e legato ai diritti umani.

Filmografia

Ônibus (2007, 55’), Tramas (2008, 103’); Strade trasparenti (2008, 90’); Strade d’acqua (2009, 115’); Parallax Sounds (2012, 95’); Journal de bord d’un bateau fantôme (2012, 120’); Rosso cenere (coregia Adriano Aprà, 2013, 59’); La stella oltre il mulino (2017, 90′); Shadowgram (2017, 94’); Strade della Malerba (in produzione); Uno spazio bianco (in produzione); L’antichissima galassia del futuro (in produzione).


lunedì 10 dicembre, ore 21.40

Appennino

2017

Regia, sceneggiatura, voce fuori campo, fotografia (full hd, b&n e colore, 16:9 compresso quasi a scope), disegni e animazioni, musica, montaggio, grafica, produzioneEmiliano Dante; interpreti: Paolo De Felice, Antonio Sforna, Elena Pascolini, Stefano Cappelli, Giancarlo Cappelli, Enzo Rendina,; suono: Davide Grotta; canzoni: “Tu ca nun chiagne” (1919) e “Vieni sul mar” (1911) cantate da Enrico Caruso; produzione associata: Marco Rossano; produzione: Dansacro, in collaborazione con Associazione Premio Fausto Rossano e hhmm; prima proiezione pubblica: Torino Film Festival (Doc/Italia), 25 novembre 2017; durata: 66′

Appennino è un diario cinematografico che inizia dalla lenta ricostruzione de L’Aquila, la città del regista, e prosegue con i terremoti nell’Appennino centrale del 2016-17, fino al lunghissimo ed estenuante asilo dei nuovi terremotati a San Benedetto del Tronto. Un racconto intimo e ironico, lirico e geometrico, dove la questione di vivere in un’area sismica diviene lo strumento per riflettere sul senso stesso del fare cinema del reale.

Note di regia

Per i giornalisti il terremoto è l’evento sismico in sé, quindi il più bravo è anche quello che arriva prima. Per me, sia come documentarista che come persona che ha vissuto il terremoto in prima persona, il terremoto è soprattutto quello che succede dopo l’evento sismico: è la durata degli effetti del sisma.  Non riguarda l’edilizia e i morti, riguarda la psicologia e l’antropologia. Tutti i miei film sul terremoto cercano di raccontare questo: la sopravvivenza dell’uomo alla catastrofe. 
Appennino non è un film sul terremoto. O, meglio, è un film tanto sul terremoto quanto sul cinema del reale, sul senso di riprendere ciò che si vive. E senza dubbio dalle mie parti si vive il terremoto. Pare anche che negli ultimi anni l’Appennino si stia specializzando… Il che è una catastrofe, ma anche la possibilità di venire a contatto con qualcosa di molto profondo, se si riesce a cogliere l’esperienza nella sua complessità. Avere a disposizione delle lenti attraverso cui guardare le cose aiuta a coglierne le sfumature, a soffermarsi sugli aspetti non immediatamente visibili del panorama del terremoto.

Biografia

Emiliano Dante (L’Aquila, 1974, dove vive e lavora) ha esordito come regista nel 2003, con la serie di cortometraggi sull’abitare The Home Sequence Series. Dopo altri corti, ha realizzato i documentari sulla vita postsismica Into the Blue (2009) e Habitat. Note personali (2014), entrambi presentati al Torino Film Festival, avviando una trilogia che si chiude proprio con Appennino. Oltre ai documentari, ha anche diretto il lungometraggio di finzione Limen (2013). Nei suoi lavori porta avanti un’idea di autorialità radicale, realizzando personalmente tutte le componenti artistiche (sceneggiatura, montaggio, musica, fotografia e, quando presenti, animazioni). È anche fotografo, saggista e narratore. 

Filmografia

The Home Sequence Series (serie, 2003-2005, 28′); Payphones (60) (2006, 7′); Into the Blue (2009, 74′); Limen (Omission) (2013, 93′); Habitat. Note personali (2014, 55′ e 61′); Appennino (2017, 66′).

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Film di oggi: 16/12/18

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